SERVO DI DIO FRA GIOVANNI ZUCCOLO

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Francesco Antonio, che da religioso si è voluto chiamare fra Giovanni, è nato a Venezia, in Calle della Madonna, il 20 dicembre 1874 da Antonio Zuccolo e Anna Maria Marella. Il padre, oriundo da Treviso e che si era rasferito a Venezia per il suo lavoro di macellaio, era un buon lavoratore fin da giovane e proveniva da famiglia profondamente religiosa. La mamma, veneziana puro sangue, era l'ultima di quattro figli. Casalinga, ben radicata nella fede, arrotondava il bilancio familiare come infilatrice di perle a domicilio.

Quando nacque Francesco, i suoi genitori erano sposi da quattro anni e avevano già dovuto piangere sulle bare di due loro figliolette, Caterina ed Elena, morte pochi mesi dopo la loro nascita. Francesco ebbe altri dieci fratelli, dei quali sopravvissero soltanto due: Maria e Vittorio, che si spense a diciotto anni compianto da tutti per la sua bontà e la sua pietà. Francesco venne al mondo mingherlino e fragile. La sua vita, per un certo tempo, fu in pericolo. Ed anche superato il momento critico, lo sviluppo fu lento e piuttosto difficile.


In casa Zuccolo viveva anche il fratello della mamm, lo zio Giuseppe, detto "Barba Bepi”. La sua presenza ebbe un'influenza benefica nella vita di Francesco. Fu lo zio il primo maestro e catechista di Francesco. Fu lui ad accompagnarlo all'Oratorio di San Giobbe, quando compì gli otto anni. Per anni tra i due continuò una relazione di reciproca stima, di aiuto, di stimolo al bene.

A otto anni Francesco cominciò a frequentare la scuola. A causa della malferma salute non fu uno scolaro assiduo. I genitori, per la sua gracile costituzione, quando le giornate erano un po' cattive, lo trattenevano a casa; per cui i risultati scolastici non furono dei migliori. Invece riusciva molto bene a catechismo, sotto la guida di Fra Michele, il più anziano dei Canossiani. Nel giugno 1882 fu ammesso alla Cresima; continuò poi la preparazione alla Comunione, alla quale si accostò per la prima volta in Oratorio la festa dell'Addolorata del 1884.

L'anno successivo finì la sua esperienza di scolaro. I genitori, convinti che l'aria libera avrebbe giovato alla sua salute più del chiuso delle aule, lo affidarono a "Barba Bepi", che lo tenne come garzone nella sua bottega. Per una decina d'anni, zio e nipote lavorarono insieme e Francesco assorbì gradatamente la sapienza dei santi attraverso la conversazione semplice e la testimonianza esemplare di un cristiano che viveva la sua fede nella quotidianità. "Barba Bepi" educò il figlioccio al domani, adempiendo insieme i doveri di bottega e coltivando l'ideale religioso, che respiravano nel clima sereno dell'Oratorio canossiano.

Presto Francesco si unì allo zio nell'impartire ogni sera l'istruzione religiosa ai più piccoli allievi dell'Oratorio canossiano. Alla domenica, in Oratorio, lo entusiasmava il teatro dei burattini. Appena terminata la Messa, tutti i ragazzi correvano per assistere allo spettacolo, condotto con vera maestria da un gruppo di giovani. E anche Francesco, divenuto grandicello, si unì agli artisti e divenne membro attivo di quella generosa équipe.

Si inserì, adolescente, nella Congregazione Mariana, che raggruppava il fior fiore dei giovani e degli adulti dell'Oratorio, tra i quali i pochi canossiani sceglievano i loro collaboratori. Francesco fu colpito dalla spiritualità viva e gioiosa di tanti uomini e giovani di ogni classe e condizione sociale. Trent'anni dopo la sua professione religiosa tra i Canossiani, così si esprimeva: « ... seguendo l'esempio di tanti vecchi confratelli, potei, grazie al Signore, giungere alla determinazione di farmi frate».

La quotidiana frequenza all'Oratorio e l'ammirazione sincera verso i suoi maestri fecero nascere nel cuore del giovane Francesco una pressante attrattiva verso la vocazione canossiana. Ma non fu facile decidere di lasciare la famiglia. Erano forti i legami che lo stringevano ai suoi. Pregò. Rifletté. Si consigliò. E un bel giorno, a casa, manifestò le sue intenzioni. Il papà, pur di profondi sentimenti cristiani, era contrario. La mamma Maria, invece, pur con comprensibile sofferenza per il distacco, diede il suo assenso. E la sera dei Defunti, il 2 novembre 1895, Francesco Zuccolo lasciò la famiglia e varcò la porta dell'Oratorio canossiano di San Giobbe. La sua entrata in convento passò del tutto inosservata. Francesco inaugurava quello stile di umiltà e di nascondimento, che caratterizzerà tutta la sua vita religiosa.

A San Giobbe, la comunità che lo accolse era composta da tre frati: Michele Campanaro, settantacinquenne, che era stato compagno dei cofondatori, Carsana e Belloni. Il Superiore Vincenzo Ferro, cinquantacinquenne che godeva di grande prestigio personale, non solo fra gli allievi, ma anche in Venezia. Giuseppe Tellero di trentacinque anni, che era una sorta di "fac-totum": risolveva tutti i problemi pratici della casa. I tre conducevano una vita religiosa di tale esemplarità da riscuotere la venerazione di tutti. La loro povertà era proverbiale. Il loro spirito di sacrificio lo constatavano ogni giorno centinaia di ragazzi, giovani e uomini

Per l'anno di noviziato Francesco fu affidato alla premura di Fra Michele. Il vecchio frate trasmise al discepolo una testimonianza incisiva di spiritualità canossiana. A distanza di molti anni, Fra Giovanni ricordava con commossa gratitudine il suo maestro. Il 27 settembre 1896 fece la professione dei voti religiosi e assunse allora il nome di Fra Giovanni.

Fra Vincenzo, il superiore, affidò subito a Fra Giovanni diversi incarichi all'interno della comunità, ma soprattutto lo invitò a rimanere il più possibile fra i ragazzi nei loro giochi. Era quello che Fra Giovanni sognava. Era il suo mondo preferito. Sempre fra loro: attento, vivace, sollecito, sorridente. Le testimonianze di quanti furono suoi discepoli fin dai primi anni lo ricordano affabile, disponibile, con una personalità fatta di garbo e modestia. Lo dicono tollerante, remissivo, ma all'occorrenza anche fermo e deciso, contro ogni compromesso.

Fin dalla fondazione, nell'Oratorio canossiano di Venezia i religiosi avevano dato particolare importanza al teatro come mezzo di educazione e di apostolato. Fra Giovanni nel 1906 fu incaricato per tale attività. Svolse questo compito per una cinquantina d'anni, con il suo solito stile, che pareva non avesse mai fretta, ma che arrivava a tutto, perché sostenuto da grande amore e da fede ancora più grande, unitamente all'affetto dei recitanti. Passava lunghe ore, anche di notte, insensibile al freddo dell'inverno e al sonno, per le prove delle varie commedie. Educò dei veri artisti, che resero famoso in Venezia il teatro di San Giobbe. Si sobbarcò spesso la non piccola fatica di trascrivere con la sua nitida calligrafia drammi, operette, farse che non si trovavano più nelle librerie, ma che, secondo lui, avevano un valido messaggio da trasmettere.

Non disdegnava, la domenica, di entrare nel casotto dei burattini, dove sosteneva abitualmente la parte di Fracanapa, il moralista che distribuiva con intelligenza e garbo i suoi ammaestramenti. Prima della recita intonava una preghiera e ricordava agli attori che dovevano salire sul palco o entrare nel casotto non tanto per farsi applaudire quanto per fare del bene.

Il vescovo Giovanni Battista Piasentini, che era stato allievo di Fra Giovanni all'Oratorio, con immagine scultorea, definì il suo maestro "servo del catechismo". E tutte le testimonianze concordano nel presentare l'umile Canossiano come un impareggiabile catechista. Le sue lezioni erano interessanti, vivaci, piene di esempi tolti dalla Sacra Scrittura e dalle vite dei Santi. Egli drammatizzava spesso i racconti, rendendoli vivi alla fantasia dei suoi attenti ascoltatori.

Tutti i ragazzi dell'Oratorio - ed erano centinaia - attendevano con impazienza il racconto del "fatto" al venerdì. Fra Giovanni radunava tutti, grandi e piccoli, in sala del teatro e narrava quasi sempre episodi della Passione di Gesù. Regnava un silenzio assoluto. La commozione prendeva l'assemblea. E Fra Giovanni, in quell'atmosfera vibrante di commozione, non faceva fatica ad esortare al bene i suoi ascoltatori. Il sabato pomeriggio radunava i ragazzi nella chiesetta. Li preparava con la preghiera e l'esame di coscienza dettagliato. Li assisteva nel loro turno ai confessionali. Li seguiva nel ringraziamento e nella penitenza.

Per diversi anni preparò i bambini anche alla prima Comunione. Ad essi trasmetteva con la parola e l'esempio il suo ardente amore a Gesù Eucaristia. La maggior parte continuarono anche da giovani e da adulti a partecipare alla Messa domenicale e ad accostarsi alla Comunione con frequenza.

Per circa trent'anni la vita di Fra Giovanni si svolse quotidianamente in Oratorio tra fedeltà alla preghiera, lavori di ogni tipo per la manutenzione della casa e il buon funzionamento delle attività oratoriane e l'assistenza e formazione degli alunni, piccoli e grandi. La comunità dei frati rimase identica dopo la morte di Fra Michele, avvenuta 1'8 dicembre 1896. Fra Vincenzo, Fra Giuseppe e Fra Giovanni, confortati dalla benevolenza dei Patriarchi, dalla stima del clero, dall'amore e dalla riconoscenza della popolazione di Cannaregio e sostenuti dalla collaborazione di tanti confratelli dell'Addolorata, vivevano con serenità in fraterna comunione la loro donazione a Dio a servizio del prossimo.

Ma il 19 dicembre 1922, dopo pochi giorni di malattia, tra il compianto generale, cessava di vivere Fra Vincenzo Ferro, che per oltre cinquant'anni era stato l'anima dell'Oratorio. Passarono alcuni mesi appena e il 19 maggio 1923 moriva anche Fra Giuseppe Tellero.

Fra Giovanni rimase solo sulla breccia con il giovanissimo Fra Luigi Marchiori, entrato da poco in Istituto. Ebbe un momento di comprensibile smarrimento. Ed uno degli ultimi giorni di maggio, con il tumulto nel cuore, salì lo scalone del palazzo patriarcale per confidare al Patriarca che non ce la faceva più e che rimetteva le sorti dell'Opera nelle sue mani. L'amabile pastore lo accolse e lo trattenne con dolcezza: gli raccomandò di confidarein Dio e di continuare senza esitazione. E Fra Giovanni, obbediente, ritornò in Oratorio alla sua solita giornata, con volto inalterato e l'animo rasserenato. La sua pronta ed eroica obbedienza salvò dall'estinzione l'Istituto canossiano maschile.

E il Signore premiò il suo generoso Servo. San Giovanni Calabria, inviato dal Patriarca a visitare l'Oratorio per studiare una eventuale aggregazione all'Opera da lui avviata a Verona, rimase ammirato della spiritualità che si respirava a San Giobbe e dell'attività straordinaria che Fra Giovanni sapeva stimolare e guidare, e trasmise al Cardinale questa sua conclusione: «L'Opera dei Canossiani deve continuare perché “digitus Dei est hic”». E fu felice profeta. In pochi anni entrarono in Istituto diversi giovani ed adulti. Anche un sacerdote del clero di Padova, Mons. Giovanni Maria Pasa, che aveva ricoperto cariche importanti in diocesi e fuori, chiese di essere accolto. Con il nome di Padre Angelo diventò l'artefice dello sviluppo della Congregazione, dando avvio, d'accordo con Fra Giovanni, al seminario minore ed aprendo altre comunità.

La Santa Sede fu presto interessata allo sviluppo dell'Istituto e nel 1934 designò un visitatore apostolico nella persona del cappuccino Padre Lazzaro d'Arbonne, vicario generale dell'Ordine. Primo suo impegno fu quello di costituire il governo centrale, nominando quattro Consiglieri del Preposito generale, che, secondo il visitatore, non aveva bisogno di nomina, perché risultava già nominato dal Card. Patriarca il 10 gennaio 1923: ed era Fra Giovanni. E così l'umile fratello divenne ufficialmente il primo Preposito generale dei Canossiani.

Cambiava la sua vita. La quotidiana consuetudine era stata per lui fino allora l'intrattenersi coi ragazzi, i giovani, gli adulti dell'Oratorio. Repentinamente la disposizione del Signore lo portava alla responsabilità di tutto l'Istituto, praticamente quasi interamente fuori dal suo mondo abituale, dedito a compiti lontani dal suo spontaneo modo di essere. Abbracciò la nuova realtà con naturalezza e semplicità, non cambiando il suo stile di vita.

Trattava i religiosi come fratelli e figli. Raramente dava dei comandi. Abitualmente diceva: «Faxemo cussì... Mi diria che saria ben far cussì». Però, quand'era necessario, sapeva prendere decisioni anche gravi, se vedeva essere quella la volontà di Dio. Le sue visite alle comunità non duravano abitualmente più di una giornata, dalla mattina alla sera. E per questo nessuno vide mai Fra Giovanni con valigia o borsa; quel poco che portava con sé, gli stava in tasca. Quando arrivava in una casa amava che tutti continuassero nelle loro occupazioni.

Era convinzione comune tra i religiosi che fossero le preghiere di Fra Giovanni, il suo edificante prestigio a mandare avanti l'Opera affidata al suo cuore. Che egli godesse di grande stima, e non è esagerato dire, di venerazione da parte di Cardinali, Vescovi, autorità civili lo dicono tante testimonianze di fatti e scritti che lo riguardano.

Cessò il suo incarico di Preposito Generale il 24 settembre 1946. E tornò nei ranghi con la più grande spontaneità.

Per umiltà, come San Francesco, ricusò di essere ordinato sacerdote. Il Card. Pietro La Fontaine, che lo stimava moltissimo, gli aveva proposto l'Ordinazione sacerdotale. Fra Giovanni mostrò di non essere interessato. Il Patriarca, dopo qualche tempo, gli rinnovò l'invito e si pose ad eliminare le obiezioni dell'interessato, illudendosi di averlo convinto. L'umile frate gli disse: «Ghe pensarò, Eminensa, e pregherò: dopo ghe darò risposta»! E con la preghiera, puntuale venne la risposta: «Eminensa, mi stago come che son». E tutto finì lì.

Ad Asolo nell'agosto 1958 erano radunati una ventina di religiosi canossiani per il 3° Capitolo generale della Congregazione. Partecipava anche Fra Giovanni, il più anziano del gruppo. Aveva ottantaquattro anni. Destava meraviglia in tutti la perfetta lucidità della sua mente e la serenità del suo animo. Il pomeriggio del 15 agosto, solennità dell'Assunzione di Maria, poco prima della chiusura dell'importante riunione, Fra Giovanni si alzò a parlare. Tutti gli occhi erano fissi su di lui. La voce, all'inizio, era un po' tremante e bassa; ma presto si fece pacata e forte, poi sicura ed infiammata, quindi insolitamente energica, con l'accento vibrante di una fervida perorazione. Tutti erano attenti e visibilmente commossi. Disse ciò che aveva ispirato i lunghi anni del suo apostolato, ciò che aveva sostanziato tutta la sua vita. Nella sua abituale parlata veneta, quasi gridò: «çercherno i fioi, curemo i fioi, educhemo i fioi, amemo i fioi». Tutti lo ritennero il testamento spirituale, l'ultima supplica, la viva raccomandazione, che esprimeva l'ansia e l'azione apostolica dell'Istituto per oltre un secolo.

Fra Giovanni visse per tutta la sua lunga esistenza con esemplare fedeltà i suoi voti. Estremamente rispettoso e delicato con le donne, non permise mai alla sorella Maria di andarlo a visitare in cella quando era malato. E per non scandalizzare quanti non li conoscevano, non le scambiava nemmeno il saluto quando la incontrava per la strada. Ai religiosi raccomandava di «evitare la familiarità eccessiva coi ragazzi e i giovani, di non toccarli, né di lasciarsi toccare e, soprattutto, di non trovarsi mai in luogo chiuso con uno solo». Mai si permise d'accarezzare un giovanetto. E nessuno mai si azzardò di mettergli una mano sulla spalla o di dargli una manata.

Chi lo ebbe suddito negli ultimi anni, ricorda che «domandava il permesso per tutto e che dipendeva come un bambino. Con il cappello in mano chiedeva di poter uscire di casa ed aspettava il consenso con umiltà». Aveva una profonda venerazione per l'autorità ecclesiastica. Mostrava attenzione e amore filiale verso il Papa e la sua parola.

La sua povertà era proverbiale. Cresciuto con dei religiosi che, come dicono le cronache di Casa Madre, «dopo una giornata di faticoso lavoro, trovavano spesso per cena una zuppa di castagne secche», non usò mai qualcosa di superfluo. Era estremamente parco in tutto.

E quanta carità ha fatto questo sant'uomo! Sono innumerevoli le testimonianze di singoli e di famiglie che sono state aiutate con discrezione da sue generose elargizioni.

Quanto Fra Giovanni abbia pregato è ardito pensarlo. Sebbene l'intera sua vita sia stata in mezzo ai ragazzi e ai giovani, egli coltivò egualmente una continua unione con Dio. Dovunque fosse o lo si incontrasse, dava l'impressione di un uomo raccolto in preghiera. Le sue labbra in continuo movimento facevano pensare che fosse arrivato a trasformare in orazione l'intera sua giornata. Difficoltà, ostacoli, croci, avversità degli uomini, incomprensioni? Per tutto vi era rimedio: «Preghemo intanto: lassemo al Signor far le cose par ben». Le sue orazioni lievitarono lo sviluppo della Congregazione, ne incrementarono la carità, ne rafforzarono il buono spirito. Era una festa per lui rimanere a lungo in chiesa nel "coretto" di San Giobbe. Dal mattino prestissimo e fino alla sera tardi, soprattutto negli ultimi anni, lo si trovava quasi sempre là, a colloquio con il suo Signore. Anche d'inverno, in un ambiente umido e freddo, avvolto nel suo tabarro, passava ore e ore in orazione.

Aveva una tenerissima devozione alla Madonna Addolorata, patrona dell'Istituto. Preparava le sue feste non solo addobbando con singolare sfarzo la chiesetta, ma soprattutto con esortazioni e riflessioni, invitando ad imitarne le virtù, a ricorrere alla sua intercessione.

Le persone di casa e gli allievi dell'Oratorio di San Giobbe, grandi e piccoli, erano talmente abituati ad incontrare Fra Giovanni, ad intrattenersi con lui, a vederlo sempre eguale che non pensavano nemmeno che potesse ammalarsi, nonostante avesse superato gli ottant'anni. La domenica 17 gennaio 1960 improvvisamente si mise a letto, accusando un abbassamento di voce e piccoli disturbi di stomaco. Passavano però i giorni e i disturbi continuavano. Il medico consigliò il ricovero in ospedale. Venne a visitarlo il Vescovo ausiliare di Venezia, mons. Giuseppe Olivotti, che gli si inginocchiò davanti e lo pregò di benedirlo. Il 25 gennaio fu ricoverato all'ospedale di Venezia. In tasca aveva un piccolo crocifisso e la corona del Rosario. In mano la Bibbia.

In ospedale mantenne l'abituale serenità e al superiore che gli chiedeva come si trovasse, rispondeva: «Ti vedi, son come un sior! Non me manca gnente: i xe tuti boni e premurosi co mi". Ad un allievo che insisteva per sapere se desiderava che gli portasse qualcosa: «Grasie - rispondeva - non go bisogno de gnente. Ma, se proprio ti vol portarme qualcossa, portame el campanil de San Giobe».

La mattina del 3 febbraio subì un intervento chirurgico. Riportato in camera, non si lamentava. Solo a tratti, qualche smorfia tradiva il dolore. Quando poté parlare, ringraziò per le visite e le attenzioni che riceveva. L'8 febbraio ebbe la visita del Cardinale Patriarca Giovanni Urbani. Quando ne fu avvisato e lo vide entrare nella stanzetta, si emozionò. Turbato e confuso, diceva fra sé: «Oh, no, no ... ». Calmatosi un po', prese tra le sue, le mani di Sua Eminenza, baciandole devotamente. Sua Eminenza si intrattenne un po' con lui, gli impartì la benedizione, lo abbracciò, gli baciò le mani ed uscì commosso. Il ripetuto «grasie» al Patriarca fu l'ultima parola comprensibile, pronunciata da Fra Giovanni. Si assopì e lentamente entrò in agonia. Alle giaculatorie, che gli venivano suggerite, dava il suo assenso, muovendo appena le labbra. Così per tre giorni, mentre il battito del cuore andava sempre più affievolendosi.

Alle 16,45 di mercoledì 10 febbraio 1960, assistito dai confratelli in preghiera, cessava di vivere. Aveva 85 anni, 1 mese e 21 giorni. I funerali furono solenni con larga partecipazione di religiosi, sacerdoti, allievi ed autorità. Dopo le esequie nella chiesa di San Giobbe, la salma fu accompagnata all'isola di San Michele dove fu tumulata provvisoriamente. Il 3 novembre 1961 fu riportata in Oratorio e deposta nella tomba appositamente preparata. Le fu sovrapposta questa epigrafe: «Qui / tra i figli del popolo / con carità ardente / da lui prediletti / riposa / Fra Giovanni Zuccolo / che / alla rinata Congregazione / trasmise in larga eredità / l'umiltà semplice e la fede operosa / dei primi padri».

Il 12 novembre 1990, alla presenza del Cardinale Patriarca Marco Cé, si aprì a Venezia il processo diocesano per la Causa di Canonizzazione del Servo di Dio Fra Giovanni Zuccolo. Si chiuse con solenne seduta il 10 gennaio 1993. La documentazione fu poi trasferita presso la Congregazione dei Santi a Roma, per la continuazione del procedimento.

 

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